Bravissimo


U baldo Impallato, che ha preso il diploma di maestro durante la guerra, tenta inutilmente dal '47 di ottenere un posto di ruolo a scuola e porre fine a un precariato, che lo costringe a tirare la cinghia e a dare supplenze a bambini, se non occuparsi direttamente dei più piccoli in età prescolastica, affidati a lui da genitori indaffarati nei loro lavori. Tra questi c'è Gigetto che un bel giorno si trova privato del padre, unico genitore in vita, finito in carcere per cui Ubaldo diviene involontariamente suo tutore, dopo aver inutilmente cercato di affidare il bambino a due suoi zii. Costoro già a credito con suo padre per prestiti mai rimborsati, hanno preferito non mettere in casa un'altra bocca da sfamare e così è toccato al povero Ubaldo, già povero di suo, accudire il bambino. Ma quella che sembrava una sciagura si rivela invece una inaspettata fortuna, quando Ubaldo si accorge casualmente che Gigetto ha una potente voce baritonale dovuta a due enormi tonsille. Abilmente Ubaldo ne sfrutta le capacità, prima come bambino prodigio chiamato a cantare nella neonata Televisione di Stato, poi firmando un lucroso contratto con un impresario per farlo cantare arie d'opera. Il debutto, preceduto da grande clamore mediatico è previsto per Gigetto nei panni del buffone gobbo del Rigoletto Verdiano. Ma Gigetto è pur sempre un bambino e come tale desideroso di giocare in luogo della rigida disciplina imposta a lui dallo "zio" Ubaldo per tutelare la sua preziosa voce. Così con gli abiti di scena del gobbo, approfittando del carnevale e dei tanti bambini in maschera, fugge dal teatro e si allontana con una amichetta. Finirà per buscarsi un malanno, bagnato fradicio per un temporale improvviso e prima che Ubaldo possa rintracciarlo, gli verranno tolte le tonsille da un medico che lo aveva soccorso. La sua bella voce non c'è  più e nello sconforto di Ubaldo, salta tutto il lucroso futuro che si stava pregustando. E per fortuna che ha recuperato in tempo una lettera irridente al Provveditorato agli Studi che lo aveva finalmente assunto in pianta stabile, altrimenti sarebbe tornato ad alfabetizzare monelli part time come un tempo. Lo vediamo in cattedra impartire lezioni di musica alla scolaresca, nella quale sorprendentemente Gigetto dimostra di essere anche un pianista eccezionale. Un mostro di bravura il ragazzino con chissà quali altre insospettate qualità. A porre fine al dilemma ecco arrivare suo padre che, scarcerato, ha trovato un impiego a Torino e vuole portarsi Gigetto con lui. Ubaldo ormai ne è talmente affezionato che lo supplica di lasciarlo con lui almeno fino a giugno quando le scuole saranno terminate.
Piacevolissima commedia con un grande Alberto Sordi che in quegli anni del dopo guerra ha dato a mio avviso il meglio di sé. Con lui uno stuolo di ottimi attori e bravi caratteristi, col piccolo Giancarlo Zarfati, vero portento naturale, che con Sordi da vita a tante scenette memorabili. Quando le mamme dei bambini si vanno a lamentare per la mancata disponibilità di Ubaldo, ora impegnato come manager di GIgetto, ad accudire i loro pargoli, ecco la perla del grande Albertone a tacitarle: "Signore io sono un libero docente e docio quando mi pare". Grande e indimenticabile.

Bravissimo
Italia 1955
Regia: Luigi Filippo D'Amico
Musiche Angelo Francesco Lavagnino, Armando Trovajoli
con
Alberto Sordi: Ubaldo Impallato
Giancarlo Zarfati: Gigetto
Patrizia Della Rovere: Rosetta
Irene Cefaro: Egle
Marcella Rovena: la madre di Egle
Irene Tunc: Dominique
Mario Riva: maestro di ballo
Diana Dei: sua moglie
Gianrico Tedeschi: impresario
Amalia Pellegrini: la madre del maestro di musica
Liana Del Balzo: la zia
Riccarda Momo: Christine
Rolf Tasna: suo padre ambasciatore
Turi Pandolfini: Pandolfino
Zoe Incrocci: Margherita
Bice Valori: soprano
Carlo Mazzarella: riconoscibile nel ruolo di un passante
Ciccio Barbi: avvocato Barbi

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