Tutto tutto niente niente


P ur facendosi in tre il bravo Antonio Albanese riesce a malapena a metterne insieme uno. Quanto basta per rimanere seduti davanti allo schermo di questa sgangherata commedia satirico-sarcastica sullo spaccato italiano dei giorni d'oggi e non alzarsi prima del tempo. Succede anche con Albanese quel che è capitato a tutti i "Gialappi", compreso il celebre trio A.G.&G., ovvero di risultare divertenti e a tratti irresistibili nel breve dello sketch televisivo, quanto di appesantirsi troppo nel lungo di un film. Nonostante poi Cetto, riproposto come personaggio principale della storia, sia sostenuto da Frengo, vecchio cavallo di battaglia e dal nuovo leghista Rodolfo Favaretto, che a mio avviso risulta alla fine il più divertente dei tre, il film non decolla mai, restando in linea di galleggiamento tra la noia e qualche risata strappata qua e là nel durante. Troppo grottesco e onirico per risultare quanto meno convincente, con l'ennesimo risultato mediocre del cinema nostrano pur interpretato e sceneggiato da uno dei più bravi e preparati interpreti nel panorama italiano. I tre, in carcere per vari reati, dalla corruzione in politica Cetto, allo spaccio di erba di Frengo, o allo sfruttamento degli immigrati clandestini, Favaretto, in virtù dei voti ottenuti alle precedenti elezioni politiche, vengono scarcerati e eletti in parlamento al posto di altrettanti onorevoli misteriosamente deceduti. Il Sottosegretario, vera eminenza grigia della politica italiana, intende servirsene per i suoi scopi e per avere la necessaria maggioranza al momento risicata. Ma il trio ne combinerà di tutti i colori, forti della loro immunità, rendendo necessaria la loro carcerazione, previa approvazione a procedere nei loro confronti da parte del parlamento. Cetto fa in tempo a spifferare tutte le malefatte del Sottosegretario prima di scappare con gli altri due all'estero, dove continuerà nella politica a lui più congeniale di u'pilu, mentre Frengo si darà al "fumo libero" coi suoi adepti e Favaretto proseguirà nella sua opera di secessionismo in un angolo remoto dell'Africa.
Bravi gli interpreti ad iniziare da Antonio, con menzione per Fabrizio Bentivoglio, una sorta di sinistro Karl Lagerfeld della politica e per la convincente Lunetta Savino nel ruolo della assurdamente religiosissima madre di Frengo. Mentre Nicola Rignanese è la simpatica ed improbabile guardia del corpo e factotum fedelissimo di Cetto. C'è anche Vito nella parte di un muto e, colpevolmente a mio avviso, Paolo Villaggio reso tale, ovvero a fare scena muta, per non si sa bene quale motivo, messo lì forse come icona di un cinema che non c'è più a boccheggiare come un pesce fuor d'acqua. Ma questo è quel che offre il cinema italiano da troppo tempo a questa parte. Purtroppamente.

Tutto tutto niente niente
Italia 2012
Regia: Giulio Manfredonia

con
Antonio Albanese: Cetto La Qualunque, Rodolfo Favaretto e Franco "Frengo" Stoppato
Nicola Rignanese: Pino
Fabrizio Bentivoglio: Sottosegretario
Vito: Muto
Luigi Maria Burruano: Imprenditore
Massimo Cagnina: Geometra
Lunetta Savino: Mamma di Frengo
Maximilian Dirr: Prete per le udienze dal Papa
Lorenza Indovina: Carmen La Qualunque
Alfonso Postiglione: Ragioniere
Federico Torre: Avvocato di Cetto
Paolo Villaggio: Presidente del Consiglio
Clizia Fornasier: Escort
Davide Giordano: Melo La Qualunque

Commenti

  1. Concordo nella critica, pur ritenendo l'Albanese attore molto bravo, ma in questo film ha voluto strafare e come dici tu si è fatto in tre per risultare meno di zero. Niente a che vedere con il precedente film della serie dove le vicende grottesche di Cetto La Qualunque sembravano annacquate rispetto alla reale situazione socio-economica-politica di questo paese di cialtroni.

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